giovedì 22 dicembre 2011

OSCAR


DOVE: Via Palazzi, 4 – Porta Venezia, tel. 0229518806

QUANTO: non meno di 12 euro

PER: chi ha un divano in ufficio.

DA PROVARE: gli spaghetti ai frutti di mare, gli gnocchetti alla Oscar, la fiorentina, tutto insomma.



Nella vita è questione di priorità. Gli addominali piatti o i piatti pieni? La partita o l’open bar? Il layout o lo stomaco? Noi non abbiamo esitazioni nel rispondere a queste domande, le nostre scelte le prendiamo sempre di pancia.
Con questo spirito ci siamo spinti fino al ristorante da Oscar, consapevoli che questo pasto avrebbe comportato anche dei sacrifici. Prima di tutto non aspettatevi di uscirvene lasciando giù solo due buoni, impossibile, forse nemmeno tre basteranno.
E non pensate di uscire trotterellando o di riuscire a scattare dall’altro lato della strada perché il semaforo sta diventando rosso. Non ce la farete.

Ma non è tutto. Il sacrificio più grande che dovrete affrontare nell’andare da Oscar non sarà nemmeno sedervi sotto al busto del duce o ordinare un bianco di Predappio, ma farvi insultare. Se un grosso doberman vi si avvicinerà mostrandovi tutta la cavità orale e una fresca bava fate finta di essere il dentista, guardateci dentro e non proferite parola. State zitti, zitti! O la cameriera, forse figlia di Oscar, vi intimerà di starvene sulla vostra cazzo di sedia e di non spaventare i clienti. Anche se urterete suo fratello sarete infamati, sottovoce però. Ma è davvero suo fratello? Per me non c’è niente di più interessante che cercare di carpire i rapporti di parentela nelle situazioni improbabili. Tipo quei due lì a fianco con trent’anni di differenza che dividono la carbonara sono padre e figlia o scopano? Come mi passa.

L’attesa è un po’ lunga, ma allietata da olivette ripiene e pane oliato. In realtà vi renderete presto conto che il vostro appetito sarà stato corrotto per sempre e sarete costretti a soccombere all’ultimo boccone, perdenti.
Questo perché le porzioni non sono normali. Gli spaghetti ai frutti di mare, per esempio, li servono dentro una terrina grande quanto il catino del bucato delle vostre bisnonne.
La tortura continua perché è tutto talmente buono e sugoso che nonostante il vostro stomaco vi stia implorando di fermarvi farete anche scarpetta. Altre 350 calorie che vi porterete a casa.

Poche altre cose da sapere. Non aspettate che vi portino il menù, è appeso su fogli bianchi di carta da pacchi, quindi aguzzate la vista. E prenotate, soprattutto a cena. Dicono tra l’altro che Oscar la sera dia il meglio di sé irrompendo in sala con una vecchia bomba a mano, intimando alla moglie marocchina di muovere il culo. Sì, essere fascisti è proprio anacronistico.


lunedì 19 dicembre 2011

WOK

DOVE: Stazione Centrale, te. 026705743

QUANTO: 7 – 15 euro

PER: chi mangia sempre e solo in scatola.

DA PROVARE: Jako e Shrimps Wonton


Restaurare la stazione centrale è senz’altro motivo d’orgoglio per la giunta comunale, ma per farla splendere in tutta la sua marmorea bellezza sono stati compiuti espropri e soprusi. C’è gente che ha perso tutto. Una cinquantina di barboni si sono ritrovati sfollati dall’oggi al domani. Senza il letto, senza lavoro – sì, stare lì per loro era anche un lavoro – e cosa peggiore senza locale per l’aperitivo. Per non parlare di tutti quelli che avranno perso il loro freccia rossa trovando la piazza transennata e senza nessuna Arianna per riuscire a raggiungere il binario giusto.

Noi però ci abbiamo guadagnato. Finalmente possiamo mangiare noodle e cibo thai in scatola, proprio come nei film americani. Milano è diventata New York. Possiamo aprire box di carta misteriosi che si impilano benissimo anche nelle borse fatte di amido di mais e infilarci dentro i bastoncini senza remore. Fiduciosi, perché tanto tutto ha lo stesso gusto cartone. Tolto il Nasi Goreng, che quello ha la salsa curry madras che copre tutto.
Quindi è inutile che perdiate dieci minuti a consultare il menu come se fosse la Pizia, scegliete quello che costa meno. Perché se superate il budget del vostro buono dovrete usarne due e qui non vi danno il resto. Sarete costretti a tenere lo scontrino che andrà ad aggiungersi a quelli dei regali di Natale che forse non andranno bene, a quello della lavanderia e a quelli con cui pagate la colazione da Boscovich da mesi (a breve un articolo al riguardo)e lo sapete anche voi che dall’orgia di scontrini sono in pochi a uscire.
Provate a chiedere il resto, la cassiera vi dirà “ti faccio un buono così puoi ritornare”. Sì torneremo se tutta la soia transgenica non ci costringerà a dire addio alla pausa pranzo per sempre o se uno degli antipastini fritti non ci obbligherà a non allontanarci mai più dal cesso. Torneremo, ora però datemi la tisana al finocchio dei russi che devo digerire i funghi e lo zucchero di palma.
Non chiedete la cocacola perché non c’è, vi proporranno Pepsi in lattina. Ma non prendetela male sarà un’ottima occasione per bere il Seven Up. Proprio lui, quello che per tutte le elementari avete continuato a chiamare la Zup e il cui cambio di sesso ha destato in voi paura e sospetto. Confessatelo, non l’avete più comprato per paura contagiasse anche voi.
Il wok però ce l’ha un pro pazzesco, oltre alla consegna a domicilio, ovvio. Non dovrete portare con voi il contegno perché sul vassoio che poggerete sul tavolo bianco lucido c’è la tovaglietta di carta. Così sarete liberi di grufolare senza ritegno, tanto tutto cadrà al posto giusto e i vostri rumori verranno coperti dal brusio di sottofondo, dalla signorina alla cassa che griderà “cinque”, “cinqueeee”. Ehi ma il cinque sono io, vado!

martedì 6 dicembre 2011

L’ANTRO DELLA SIBILLA

DOVE: Via San Gregorio, 37 (mm Repubblica), tel. 0267481054

QUANTO: massimo 10 euro.

PER: chi vuole trasformare i suoi succhi gastrici in responsi oracolari.

DA PROVARE: pizze e dolci con formaggi inaciditi.


L’Antro della Sibilla è un posto sibillino come rivela il suo nome e l’intestazione dello scontrino: Billionaire S.p.a.
Noi ci siamo approdati in estate – il locale era aperto da pochi mesi – e ci si è subito prospettato un grosso dilemma: i tavolini esterni fronte traffico ma con 30 gradi percepiti o la sala interna fronte forno a legna con 36 gradi. Per fortuna non abbiamo dovuto scegliere perché fuori non c’era posto a sufficienza. Peccato perché il tavolino con il peperoncino centrotavola ci stava chiamando.
Il primo pasto ci ha soddisfatto, ci siamo divisi tra menu terra (primo e secondo di carne) e menu mare (primo e secondo di pesce), la spesa è stata modica e sodexabile, l’unico inconveniente è che eravamo sudati fradici. La doccia del nostro ufficio è solo ornamentale e la vasca da bagno funge da aiuola, quindi il pomeriggio non è stato certo una passeggiata, ma più una corsa sul tapis roulant.

Fiduciosi ci siamo ritornati più volte anche perché, diciamolo, consultando Google Maps ci separano solo 120 metri. Da qui anche l’immotivato ottimismo. Addirittura lo avevamo tenuto in considerazione per le nostre cene romantiche. Perché è così attaccato al lavoro che arrivare tardi o dare buca è quasi impossibile. E poi c’è sempre l’opzione mangia, limona nella piazzetta dei punkabbestia e poi su per le scale a finire il layout.
Ovviamente la sera costa di più e forse non ce lo potremmo nemmeno permettere, nonostante l’ambiente finto raffinato, il triste menu predefinito e i camerieri dalle sopracciglia rifatte. Ma per fortuna grazie ai vantaggiosissimi deal di Groupon possiamo ancora regalarci weekend benessere, coperte di pile con le maniche e una cene di coppia all’Antro della Sibilla.

Siamo tornati per pranzo e nonostante la pigrizia abbiamo abbandonato il menu del giorno per lanciarci sulla pizza napoletana e i dessert. Sebbene diversissimi avevano una cosa in comune, lo stesso sapore inacidito. Il cameriere gentilmente ci ha cambiato il tiramisù, scegliendo quello meno giallo limone di tutti, ma il risultato non è cambiato. Quindi bye bye Antro della Sibilla, e speriamo di rivederci solo sulle pagine del Graves – che non ho ancora comprato.





venerdì 2 dicembre 2011

DA XIN di Hux Hiuli & C.

DOVE: Via Vitruvio angolo via Settembrini (mm Centrale), tel. 0229526600

QUANTO: 6,5 euro per il menu.

PER: chi osa veramente.

DA PROVARE: fate voi, davvero.


Luglio è il mese della transumanza anche per noi. Stanchi dei soliti kebab e della pizza palestrata abbiamo deciso di spingerci un po’ più in là. Dopo nemmeno 300 metri e una svolta a sinistra siamo approdati da Xin. Ci siamo spinti molto più in là, credeteci.
Il nome ci diceva qualcosa. Ah sì, il rinomato hotel a una stella di via Settala. Infatti, per i più temerari è possibile una combo camera doppia con mezza pensione. Penso non arriverete a 25 euro. Se siete soli ma non lo volete ammettere vi basterà mettervi a fumare una sigaretta all’angolo – se siete signorine – o offrire da accendere sempre lì all’angolo –se siete maschietti – e troverete qualcuno pronto a condividere con voi il vostro misero futuro.

Non siamo certo persone che si lasciano ingannare dalle apparenze, è per questo che nonostante i vetri opachi e l’insegna spenta siamo entrati. Ad accoglierci il vuoto di una stanzetta 3 metri per 3. Forse è stato proprio questo che ha trasformato il nostro pranzo in un’esperienza mistica. Smettetela di iscrivervi a seminari di vipassiana, concedetevi una pausa pranzo un po’ più lunga e andate da Xin, ci guadagnerete.
I nostri ricordi sono un po’ annebbiati perché è passato più di un anno, però rammentiamo un classico menu cinese, rosso su carta bianca lucida, un arredamento dimesso (e forse anche dismesso), il cameriere-cassiere-e-probabilmente-anche-cuoco che sbadatamente tossiva sui nostri piatti e gli immancabili bastoncini monouso che non sai mai come spezzare.
Avendo già dato prova di coraggio estremo nell’entrare, al momento di ordinare ci siamo limitati a involtini primavera, riso cantonese e spaghetti di soia. Sembrava la scelta più indolore. Non li abbiamo trovati poi tremendi, forse perché erano pur sempre le due meno dieci.

Solo se siete in zona e la vostra fame è incontrollabile.




giovedì 1 dicembre 2011

LITTLE ITALY

DOVE: Via Tadino 41 (mm Lima), tel. 0229522734


QUANTO: pizza al trancio da 3,50 euro. Mediamente si spende sui 10/12 euro.


PER: chi vuole mangiarsi una pizza ammirando dei manzi.


DA PROVARE: insalata Little Italy, quella con formaggio grattugiato.




Da Little Italy sono tutti muscolosi. Dal pizzaiolo al cameriere al cassiere (ma forse sono la stessa persona): pettorali perfetti, addominali scolpiti, depilazione che nemmeno uno Sphynx. Da Little Italy ti sorridono sornioni, come il tuo compagno di liceo carino, come il vicino di tapis roulant della palestra, come il tronista delle due del pomeriggio. Il locale è su due piani, ma prevede anche una zona esterna e una veranda in alto in alto, che è dove di solito finiamo noi. Non mi ricordo se si possa fumare o no nella veranda: sarebbe un plus, invece rimane uno dei tanti forse della giornata.


Il menu prevede primi, secondi e insalate. Ma è la pizza che occupa il numero maggiore di pagine. La pizza è esclusivamente al trancio. Potete scegliere tra una porzione normale e una super. Quella super è impegnativa, ordinatela solo se avete molta fame e se vi aspetta un pomeriggio sopportabile. La pizza di Little Italy è buona, le farciture sono una cinquantina. Personalmente non disdegno la crudo bufala pomodorini. Oppure la classica margherita, ma solo perché costa meno. 


Bè, a dirla tutta, più volte sono incappata nello stesso errore, l'insalata Little Italy. Sulla carta si presenta bene: lattuga, pomodorini, salsa yogurt, petto di pollo grigliato, grana, crostini di pane. Una specie di Cesar, diciamo. Poi però l'insalata arriva e tu chiedi al cameriere: ma è questa? Io ho ordinato la Little Italy, è questa la Little Italy? Non senza una punta di pathos. Ecco come si presenta dal vivo: una massa informe ricoperta da formaggio grattugiato, a sua volta ricoperto da un barattolo di yogurt magro. Ecco, passi lo yogurt, che se te lo immagini puoi pensare sia una salsa, ma il formaggio è straziante. Lo mischi e si raggruma. Non puoi accantonarlo. Rovina l'entusiasmo della scarpetta. Il formaggio grattugiato nell'insalata fa piangere. Ho ordinato la Little Italy più volte, sperando che le precedenti fossero un errore. Che avessero finito il formaggio tutto intero, per esempio. A quanto pare invece è una specialità.


Lo scorso settembre si pranzava allegramente nello spazio esterno. All'improvviso è comparso Costantino Vitagliano con una ragazza. C'erano trentadue gradi e lui portava un cappello verde. Non un cappello con la visiera. Un berretto serio. Bè Costantino è entrato spavaldo, bello come il sole, grande, forte. I ragazzi del locale l'hanno accolto con calore e non poca emozione: "Ciao Costa? Come va bello?" (stretta di mano da maschi alfa).
"Oh, è un mese che non vado in palestra", fa lui. E poi si siede. 


Fateci un giro.

mercoledì 30 novembre 2011

LA MADIA

DOVE: Via Lecco, 5. (mm Porta Venezia), tel. 0220401203

QUANTO: dipende da quanto pesa il tuo piatto. Mediamente 6-10 euro.

PER: non rimpiangere quando si abitava con mammina.

DA PROVARE: la parmigiana.

Un nome che ti riporta subito ad atmosfere passate di genuinità e corse nei campi, di grazielle senza freni e biscotti fatti in casa, di polenta e catechismo.
La Madia ci è sembrata subito un posto senza tempo, un’oasi nel deserto desolato delle nostre pause pranzo sempre uguali. Forse questa sensazione è stata accentuata dall’esserci passati davanti almeno 15 volte senza mai notare la sua esistenza. Non vi preoccupate per la nostra vista, è che la vetrina è piuttosto piccola e oscurata dal rigattiere lì a fianco con le sue bambole plasticose e le sculture metafisiche.
Il posto è effettivamente un buco, se siete più di due e volete mangiare all’orario canonico – tra le 13 e le 14 – assicuratevi di prenotare un tavolo. Se volete respirare la tipica atmosfera genuina prenotate per 7 e presentatevi in 5, il gestore sarà lieto di cambiare la vostra sistemazione.
Il locale ha di recente subito un pessimo restyling: non troverete più le tovagliette tirolesi ad accogliervi o i bicchieri da “ombre”, ma delle posate di plastica silver e dei piatti da sagra paesana. Non tutto è andato perso però, i piatti forti (gnocchi alla sorrentina, lasagne, spinaci, patate e quel contorno di verdure lesse che trovate tutti i giorni, forse perché non si è mai visto nessuno ordinarlo) ci sono sempre e sono ancora serviti con la stessa rilassatezza – leggi torpore – dal buon vecchio Gigi.
Noi non ci facciamo mai mancare la parmigiana di melanzane con il contorno di patate (bruciate!), zucchine e pomodorini, ma potrete scegliere tra un vasto assortimento di primi, secondi e contorni. Il venerdì è il giorno del pesce. Sì, alla Madia non vogliono fare dispetti a Gesù. Uno degli altri comandamenti su cui non sgarrano è onora il padre e la madre, andateci e capirete perché. Non c’è un prezzo fisso perché il tutto è venduto a peso quindi se volete risparmiare evitate i “cibi pesanti”. Il nostro consiglio è andarci in gruppo, adocchiare i piatti più appetitosi – che staranno sicuramente per finire – e urlare a gran voce che ne volete una porzione abbondante prima dei vostri commensali, così da lasciarli nella disperazione più totale perché gli avrete finito il cibo.
Non dimentichiamoci che anche qui accettano i Sodexo e danno il resto in contanti, che ci sono anche delle bottiglie di vino a partire dagli 8 euro e che i sughi in vasetto danno il diritto a un pacco di pasta in omaggio. 

Da provare.

ON THE GRILL

DOVE: via L. Palazzi 24 (mm Repubblica/ mm Porta Venezia), tel. 0229513568

QUANTOall you can eat  8-10 euro.

PER: chi credeva di aver visto tutto.

DA PROVARE: sushi alla mortadella.




Sono emozionata e allo stesso tempo spaventata. È passato circa un mese da quella pausa pranzo, ma il ricordo è nitido e il fatto che non si trovino foto del luogo, indicativo. On the grill di via Palazzi rimane impresso nella memoria, immortalarlo è pleonastico. Una volta digerito è tuo per sempre. Ci siamo imbattuti per caso in questo locale composto da tre grandi stanze, una delle quali abitata dal buffet. Abitata non è detto a caso: cercando tra le magnifiche pietanze che On the grill offre, non vi sarà difficile trovare qualcosa di vivo. 

Ci sono due tipi di menù a mezzogiorno: menù fisso e menù completo, nel senso che non si fa mancare nulla. La differenza sta nel fatto che il primo prevede esclusivamente il rancio del buffet, l'altro dà la possibilità di far grigliare qualche animale e metterselo nel piatto senza farsi domande. Noi abbiamo scelto tutti il menu fisso, perché siamo poveri e precari e l'idea di qualcosa di statico ci rassicura e rende felici come davanti alla calza dell'epifania. 

Nel buffet si trovano pietanze di ogni tipo: dalle lasagne al sushi, dai ravioli cinesi ai finocchi bolliti, dagli involtini primavera alla macedonia di sole mele. Il sushi merita una menzione speciale. Non vi sarà facile fidarvi, ma se temete un'intossicazione da pesce marcio sbagliate, almeno per quanto riguarda i California Maki. I California maki contengono infatti: mortadella che si finge salmone, cetriolo che si finge avocado, maionese che è se stessa e l'autenticità nel mondo contemporaneo si sa, è cosa rara.

Lasciatevi andare e riempite il piatto: è tutto di pessima qualità, ma difficilmente riderete tanto durante un pranzo con i vostri colleghi. Oltre ai soliti discorsi da pausa di mezzogiorno potrete giocare a Trova le differenze. Nella sala di sinistra rispetto all'entrata infatti, troverete una serie di quadri simili a coppie, tutti di tremenda fattura. Tutte nature morte. Aguzzate la vista e ammirate anche le magnifiche prospettive adottate dall'artista. 

Se volete ordinate un caffè, è fuori dal menu e potrebbe rivelarsi accettabile. Noi non l'abbiamo fatto per non rovinare tutto. Al momento di pagare ci si sente un poco sollevati, un poco tristi, come la sera del proprio compleanno. Il rientro in ufficio è drammatico, la pancia comincia a gonfiarsi alle quindici e si ferma solo verso l'ora di cena. "Ma tu stai bene?" è la domanda che vi farete l'un l'altro, confidando in una risposta affermativa. 

Mai più. Ma davvero mai.

martedì 29 novembre 2011

JUST INDIA

DOVE: Via Benedetto Marcello, 34 (mm Lima), tel. 0220480385

QUANTO: menù di mezzogiorno vegetariano 8 euro / carne 10 euro / pesce 12

PER: fare un viaggio in estremo oriente senza prendere la 90 o il 56.

DA PROVARE: le lenticchie, tanto accompagnano tutti i menu.


Il Just India è un must. Uno di quei posti che provo a proporre almeno una volta a settimana e dove riesco ad andare al massimo una volta al mese. L’ultima volta da sola. Just me e il quotidiano, che bellezza!
Non riesco proprio a capire come mai non raccolga tanti consensi perché è davvero un posticino notevole. Accetta pure i Sodexo, e per giunta ti dà il resto in contanti o ti fa uno sconticino.

Non lasciatevi dissuadere dalla brutta insegna o dalla porta chiusa, vi basterà suonare il campanello per entrare ed essere accolti da un vero maragià della cortesia. Potrete scegliere il tavolino che più vi piace – sempre e rigorosamente nella penombra – perché a pranzo il locale è quasi deserto. A volte troverete i familiari del gestore, con bimbi dagli occhioni giganti al seguito, intenti a ingozzarsi di riso e altre prelibatezze.

Prima del piatto forte vi verrà offerto quel pane a forma di cono con tre diverse salse. Ecco, questa è la parte del pasto che vorrei evitare, perché non me ne piace manco una e mi sento pure in colpa per avergli sporcato il piattino solo di briciole. Ma generalmente a tutti piace la salsa di yogurt e menta, quindi non siate timidi. E soprattutto non date un dispiacere a quell’uomo tanto caro, che sorride nel suo kurta arancione.

Da quando non mangio più carne prendo sempre il menù vegetariano e devo dire che più delle verdure al curry preferisco le lenticchie che accompagnano tutti i menu. Il coriandolo è ovunque quindi non avrete scampo, si tratta solo di abituarsi a quel sapore di cimice.

Ma quelle pentoline!? Quelle pentoline sono davvero stupende. Anche se fossero colme di spaghetti alla carbonara vi sembrerebbe di assaporare la vera India.

Se siete ancora affamati dopo aver svuotato le suddette pentoline potrete chiedere ancora pitta, ancora riso, ancora lenticchie, ancora di tutto. Un secondo buon appetito è d’obbligo.

Il caffè non l’ho mai preso, però ho provato la Cobra. Niente male.

GAYA

DOVE: Via D. Scarlatti 3 (mm Lima), tel. 0229531106


QUANTO: menù di mezzogiorno 9,50 euro.


PER: chi vuole digerire fino a cena prelibatezze coreane.


DA PROVARE: una a caso tra queste.


Ieri ci sentivamo pronti a provare qualcosa di nuovo e così abbiamo pascolato fino al Gaya, localino corano a due passi da Corso Buenos Aires. Abbiamo saputo della sua esistenza poco prima che i mac andassero in stand by. Ci siamo documentati in loco, tramite telefono, solo una volta ordinato. 
Il locale è piuttosto spoglio, i tavoli sono ben distanziati, il pavimento è desolante. Ad accogliervi all'ingresso ci sarà una spillatrice Tuborg, forse mai usata, rivolta verso la parete. Io l'ho confusa per una stufa, per dire. Oltre alla spillatrice c'è la proprietaria del ristorante e sì, accettano i buoni pasto, a patto che li chiamiate ticket. La ragazza era sola, quindi abbiamo aspettato un bel po' prima di ordinare. In compenso nel servizio sono velocissimi, il che è sempre una bellezza. Ci sono molti piatti tra cui scegliere. Non conosco la vostra cultura in pietanze coreane, ma la nostra era pari a zero. Oltretutto eravamo gli unici ignoranti, visto che il locale era prevalentemente frequentato da asiatici. Un collega ha azzardato un: questo è sempre un buon segno! E noi ci siamo fidati. 
La soluzione menu pranzo è ottima, perché i prezzi sono contenuti (a differenza del menu classico, piuttosto costoso), e le porzioni abbondanti. Il menu comprende un piatto principale (che in verità è una pentola incandescente), tre antipastini di rappresentanza e una bottiglietta d'acqua (anche se servirebbe una tanica). La pentola è buona: qualunque sia quella che sceglierete troverete del riso, sommerso da diversi ingredienti. Io ho scelto il menu Kimci Bibimbap, che è quello che vedete nella foto qui a fianco (sì, ok, ho scelto chiaramente il peggiore, ma essendo allergica alla soia era l'unico che potessi ordinare). Due parole sui tre antipastini. Dirò solo: alghe secche, wurstel tagliati a fettine, cavolo coreano piccante. Un triumvirato di tristezza. 
Abbiamo pasteggiato con le nostre bacchette di metallo complicate, evitando il cucchiaio (che pure c'era), emulando tutti gli altri. Fatica che si è aggiunta alle lacrime provocate dal grado di piccantezza del tutto. Alla fine ci siamo chiesti un po' come fosse questo posto. Non siamo arrivati ad una risposta definitiva. Bisogna andarci, una volta, e poi magari non tornarci per qualche anno.

lunedì 28 novembre 2011

BILLA

DOVE: il nostro di fiducia è a Piazza Cincinnato (MM Repubblica).

QUANTO: 0 - 6,50 euro.

PER: quando non ci sono alternative (davvero però).

DA PROVARE: il barattolo di frutta mai di stagione.


Billa è una catena meravigliosa. Oltre a vantare il peggior logo della storia dei supermercati, vanta anche il peggior payoff di tutti i tempi. Forse vi chiederete cos'è un payoff: non importa, è una cosa che non interessa a nessuno. 
Il Billa di cui stiamo parlando è molto piccolo, ma non per questo poco interessante. Entrando si incrocia quasi sempre lo sguardo truce della cassiera paraguayana. In verità nasconde un cuore grande, di cui si può godere solo una volta raggiunta la cassa. La cassiera di Billa non perde mai la pazienza, non sbuffa nemmeno quando cambi idea e decidi di sostituire il tuo yogurt con tre albicocche, all'ultimo minuto. Quelli dietro sbuffano, ma lei no, lei ti guarda materna, perché sa quanto dura può essere una giornata. 
Il Billa di Piazza Cincinnato sembra un po' uno di quei negozi di una volta, di quelli che non rimpiangi però. I batuffoli di polvere sotto il banco frigo sono quelli di una volta, e anche le marche che troneggiano sugli scaffali. Billa è l'impero di Hero e Santarosa e non troverai cioccolato alla nocciola che non sia Novi. Entrando, sulla destra, si incontrano alcuni farinacei. Meno di un passo e incrocerai il tacchino a fette. Ti giri e trovi il bancone della gastronomia. Nessuno di noi ha mai avuto il cuore di provare nulla. Ogni giorno, di fianco al bancone della gastronomia, c'è lo spazio per l'assaggio. Nessuno di noi ha mai avuto il cuore di provare nulla vol.2. Se ti giri di scatto, trovi i vini. Quello più caro è sui sette euro. Non provate a chiedere il Nero d'Avola perché vi sputano in faccia (e forse han ragione).
Il banco frigo prevede una pioggia di mozzarella in scadenza e due o tre prodotti non in scadenza. Gli yogurt talvolta sono già scaduti, ma col fatto che sono acidi di loro, bè, si può chiudere un occhio. Tornando indietro, ma mantenendo la destra, si incrociano la verdura da insacchettare e quella già insacchettata: lì trovi le macedonie monogusto, ideali per i luglio afosi e senza speranza. Una confezione di ananas Billa equivale a cinque dosi di Polase. Dopo l'ananas Billa si sta da dio, non è per dire.
Billa, pur non offrendo nulla, non è economico e non accetta i buoni pasto. Almeno, non i nostri, che sono dei Pass Lunch Sodexo. Billa permette, come ogni altro supermercato, di avere una tessera ed effettuare una raccolta punti. Nessuno di noi conosce qualcuno che abbia la tessera Billa, questo ci fa dedurre che non sia una buona idea. 
Una cosa buona Però Billa ce l'ha: puoi parlarci. Fallo qui.